Legambiente: il rischio idrogeologico in Italia
Pubblicato il 2 Marzo 2010
| Legambiente: il rischio idrogeologico in Italia | ||
| Bastano poche piogge per provocare una tragedia. Il nostro Paese paga un altissimo prezzo per aver devastato il territorio con enormi e incontrollate colate di cemento. E’ dunque necessario insistere per risalire alle responsabilità e tornare sulla necessità di investire nella manutenzione del territorio. A venirci incontro è l’indagine di Legambiente del Dipartimento della protezione Civile dal titolo: Ecosistema Rischio che ci aiuterà a conoscere la reale condizione dei comuni italiani considerati a rischio idrogeologico e valutare le attività messe in opera dalle amministrazioni locali per la prevenzione e la mitigazione del rischio. Le recenti tragedie di Messina e di Ischia mettono in luce l’urgenza di assicurare al Paese un piano complessivo di riassetto idrogeologico con il quale affermare una nuova cultura del suolo e del suo utilizzo, scegliendo come prioritaria la sicurezza della collettività e mettendo fine agli attuali usi speculativi e abusivi del territorio. Le problematiche connesse con il rischio idrogeologico diventano anno dopo anno più consistenti e preoccupanti. Gli episodi recenti testimoniano della fragilità del territorio nazionale. Ma se da una parte non si può impedire alla natura di fare il suo corso (tanto le frane che le alluvioni sono fenomeni naturali, parte integrante dell’evoluzione del territorio), sicuramente si devono e si possono evitare gli immensi disastri sul territorio, operando per mitigare il rischio e limitando i danni e i pericoli per i cittadini in caso di calamità. Abusivismo edilizio, estrazione illegale di inerti e cementificazione degli alvei contribuiscono in maniera determinante a sconvolgere l’assetto idraulico del territorio. Accanto a questi fattori l’urbanizzazione diffusa e caotica, l’eccessiva antropizzazione delle aree a rischio, determinano un’amplificazione del rischio in caso | di calamità naturali. Inoltre sono sempre più tangibili gli effetti dei cambiamenti climatici in atto: si osservano piogge sempre più concentrate, arrivando in alcuni casi anche a 200 millimetri di pioggia in un solo giorno (quantitativo scioccante, visto che la media annuale italiana nelle zone di pianura è di 800/1000 millimetri) che si alternano a periodi di siccità. Le conseguenze sono più disastrose in quei territori dove negli ultimi decenni la pericolosità conclamata si è tramutata in rischio concreto ( il rischio per definizione nasce dalla combinazione di tre diversi fattori, la pericolosità, il valore esposto (abitazioni, strutture, popolazione, etc…) e la vulnerabilità (dei beni esposti). E’ sufficiente ricordare, a questo proposito, l’evento del luglio 2006 a Vibo Valentia, dove in poche ore sono caduti oltre 200 mm di pioggia causand o lo straripamento di molti corsi d’acqua, ingenti danni e ancora una volta alcune vittime. Oppure a Villagrande in Sardegna nel 2004, dove sono caduti 500 mm in 24 ore, e gli ultimi tragici eventi che tra ottobre e inizio novembre 2009 hanno sconvolto le popolazioni e i territori di Messina e Ischia. In tutti questi casi, la cattiva gestione del territorio, l’urbanizzazione intensa e incontrollata dei versanti, hanno causato un’amplificazione dei rischi legati alle calamità naturali. Se osserviamo le aree vicino ai fiumi, salta agli occhi l’occupazione crescente delle zone di espansione naturale con abitazioni, insediamenti industriali, attività agricole e zootecniche. In altre parole, uno dei principali problemi è l’antropizzazione di tutte quelle aree dove il fiume in caso di piena può “allargarsi” liberamente. Nonostante questa verità, ormai condivisa e accettata da tutti, dagli enti locali alle comunità scientifiche fino ai cittadini, non si nota in Italia una concreta e diffusa inversione di tendenza capace di | rendere il territorio più sicuro. |
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