Mercati in rialzo, ma è vera gloria?
Pubblicato il 5 Settembre 2009
Tre ipotesi per il prossimo futuro e non tutte sono rosee...
Nel corso del mese di agosto si sono susseguiti annunci di dati economici tutto sommato incoraggianti: revisioni al rialzo del Pil (non più solo nell’area Asiatica ma anche in Europa); ripresa di vitalità da parte del mercato immobiliare americano, aumento della richiesta di materie prime a testimoniare una rinnovata attività produttiva nei paesi emergenti, trimestrali aziendali che riportano finalmente risultati in miglioramento dopo il drammatico calo di fine 2008 e inizio 2009. La stessa Ocse, in una nota di queste ore diffusa da Reuters, rivede significativamente al rialzo le proprie stime ritenendo che la recessione si stia avviando alla conclusione ad un ritmo più sostenuto di quanto fosse prevedibile solo alcuni mesi fa e che già nel terzo trimestre di quest’anno l’economia entrerà nella fase di espansione in Usa, Unione Europea e Giappone.
A completare un quadro che potremmo definire roseo (se non fosse per il timore dello spettro della Grande Depressione parte II che è ancora vivo nell’inconscio collettivo) è arrivato a fine agosto l’annuncio che l’indice Pmi relativo all’attività economica del Midwest statunitense è tornato sopra 50 (precisamente 52,9) e quindi la lancetta del barometro è tornata a segnare tempo bello stabile.
Ricordo che l’indice era sceso sotto 50, considerato il limite tra recessione (se inferiore) ed espansione, a fine 2007 e da allora era stato buio profondo.
Come conseguenza di questo clima "estivo" che ha scaldato non solo i litorali nostrani ma anche i parterre delle borse mondiali, gli indici azionari di tutti i mercati finanziari hanno ulteriormente ritoccato verso l’alto i massimi dell’anno complici anche i bassi volumi che tradizionalmente contraddistinguono gli scambi ferragostani.
L’indice FTSE Mib relativo alle principali 40 azioni quotate a Piazza Affari è quasi raddoppiato rispetto ai minimi di marzo.
Ragguardevole è stato anche il progresso del principale indice mondiale, lo S&P 500.
Tuttavia, a dimostrazione che nel mondo finanziario nulla è prevedibile, il mese di settembre si è aperto con una serie di sedute condizionate da vendite piuttosto pesanti che hanno ridimensionato in modo consistente i guadagni delle settimane precedenti.
Possiamo formulare almeno tre ipotesi (non necessariamente alternative tra loro) per provare a spiegare il perché di questa correzione che potrebbe anche continuare nel corso delle prossime sedute:
- Le famose prese di beneficio. Si tratta di spiegazione che torna sempre buona: gli investitori si accontentano dei guadagni ottenuti dopo un lungo rialzo come quello messo a segno da marzo ad agosto e monetizzano le plusvalenze; sono soldini buoni per pagare l’estratto conto della carta di credito con le spese delle vacanze e capitano a proposito, se ne avanzano torneranno utili per rientrare in borsa dopo metà mese (gli estratti conto delle carte di credito arrivano di solito tra il 15 e il 25 del mese).
Ammetto di aver colorito eccessivamente lo scenario però quello delle prese di beneficio realizzate tutte in una volta mi sembra più un atteggiamento da piccolo investitore che non da gestore di fondi o da trader istituzionale e, di conseguenza, non dovrebbe essere in grado di innescare movimenti tali da provocare un aumento della volatilità come quello registrato nelle ultime sedute. In forza di ciò sarei propenso a scartare questa ipotesi e nel caso (auspicabile) di una mia errata valutazione non c’è da temere: da metà settembre si riprende a salire (non appena pagato il conto della carta di credito).
- Gli utili conseguiti dalle aziende nel secondo trimestre sono stati buoni ma non eccezionali e il mercato li incorporava già nei prezzi: nel corso del secondo trimestre 2009 gli utili reali (al netto dell’inflazione) sono cresciuti del 13,56% mentre da marzo a fine agosto lo S&P 500 è salito del 31% portando il rapporto P/E di Shiller a quasi 18 con un incremento del 33%. Un po’ troppo, in effetti.
Saremmo quindi di fronte un adeguamento del mercato alle reali valutazioni e si tratterebbe di conseguenza di una salutare razionalizzazione delle stesse. Ricordo che quando le quotazioni salgono troppo (e troppo in fretta) si parla di ‘bolla’ e da quella dei tulipani (Olanda, 1600) a quella più recente dell’immobiliare (Usa, 2009) la storia insegna che le bolle quando si sgonfiano tendono a farlo in modo doloroso. Meglio farle scoppiare in tempo.
In questo caso la correzione in corso sarebbe doppiamente salutare perché rappresenterebbe un segnale di maturità e razionalità del mercato. Proprio perché questo dimostrazione di razionalità mi sembra piuttosto inverosimile sarei propenso a scartare questa ipotesi ma, qualora si rivelasse esatta, potremmo attenderci di qui alle prossime settimane un mercato non più direzionale (né rialzista né ribassista) ma piuttosto ingabbiato in un trading range laterale (che verosimilmente può anche essere molto ampio: sul sito www.ideeperinvestire.blogspot.com riporto le previsioni sul range atteso nel mese di settembre) in attesa che le prossime trimestrali si confermino positive.
- La terza ipotesi è quella che mi piace meno (e che temo di più) ma non per questo considero meno plausibile.
Cominciamo con l’osservare questo grafico che potete trovare su www.hussmanfunds.com.
La linea rossa mostra la variazione anno su anno del Pil americano; la linea blu invece mostra la stessa variazione tenendo conto dell’espansione del debito federale: non è un bel segnale!
E’ evidente che nel nostro caso la recessione è stata combattuta grazie a un massiccio ricorso al debito pubblico e agli stimoli fiscali. Le stesse aziende che hanno riportato risultati positivi (o moderatamente negativi) lo hanno fatto grazie a profonde ristrutturazioni interne (abbattendo soprattutto il costo del lavoro) e non grazie a un aumento del fatturato: il dato americano sulla produttività di agosto ci dice infatti che è aumentata la produttività per unità impiegata ma allo stesso tempo è diminuito il costo del lavoro e il tasso di disoccupazione continua a salire pericolosamente verso il 10% riducendo così la spesa per i consumi che, da sempre, è il principale propulsore dell’economia.
Questo scenario prefigurerebbe per i prossimi mesi un riaggravarsi della situazione con ripercussioni sui mercati finanziari che potrebbero essere decisamente negative.
Concludo registrando che il petrolio, dopo un momentaneo ripiegamento è tornato a essere trattato intorno ai 70 dollari al barile. Come già trattato in precedenza questa soglia viene considerata come "fair value" (prezzo equo) nel report di giugno dell’Agenzia Federale per l’Energia americana tenuto conto delle attuali situazioni economiche e delle prospettive di ripresa della produzione. Eventuali variazioni di prezzo dovrebbero essere degli aggiustamenti in virtù dell’andamento della quotazione euro/dollaro ma non escludo che eventuali speculazioni, innescate anche da aspettative di ripresa più rosee di quanto previsto nei mesi scorsi, non possano spingere ancora più su il prezzo del barile.
La prima conseguenza, oltre al mio disappunto di fronte alla pompa di benzina, sarebbe il rinnovarsi di fenomeni inflattivi. Un primo segnale sulle aspettative degli investitori in questo senso giunge dall’indice composito delle obbligazioni inflation linked (cioè collegate all’inflazione) che negli ultimi sei mesi è cresciuto il doppio dell’analogo indice relativo alle obbligazioni governative a 10 anni: probabilmente il mercato obbligazionario (che è sempre il primo a muoversi) stima un aumento dell’inflazione causato più dall’aumento del quantitativo di moneta in circolazione (aggravato dall’enorme espansione del debito pubblico in quasi tutti i paesi industrializzati) che non dalla effettiva ripresa economica.
Fonte :www.sabatoseraonline.it
A completare un quadro che potremmo definire roseo (se non fosse per il timore dello spettro della Grande Depressione parte II che è ancora vivo nell’inconscio collettivo) è arrivato a fine agosto l’annuncio che l’indice Pmi relativo all’attività economica del Midwest statunitense è tornato sopra 50 (precisamente 52,9) e quindi la lancetta del barometro è tornata a segnare tempo bello stabile.
Ricordo che l’indice era sceso sotto 50, considerato il limite tra recessione (se inferiore) ed espansione, a fine 2007 e da allora era stato buio profondo.
Come conseguenza di questo clima "estivo" che ha scaldato non solo i litorali nostrani ma anche i parterre delle borse mondiali, gli indici azionari di tutti i mercati finanziari hanno ulteriormente ritoccato verso l’alto i massimi dell’anno complici anche i bassi volumi che tradizionalmente contraddistinguono gli scambi ferragostani.
L’indice FTSE Mib relativo alle principali 40 azioni quotate a Piazza Affari è quasi raddoppiato rispetto ai minimi di marzo.
Ragguardevole è stato anche il progresso del principale indice mondiale, lo S&P 500.
Tuttavia, a dimostrazione che nel mondo finanziario nulla è prevedibile, il mese di settembre si è aperto con una serie di sedute condizionate da vendite piuttosto pesanti che hanno ridimensionato in modo consistente i guadagni delle settimane precedenti.
Possiamo formulare almeno tre ipotesi (non necessariamente alternative tra loro) per provare a spiegare il perché di questa correzione che potrebbe anche continuare nel corso delle prossime sedute:
- Le famose prese di beneficio. Si tratta di spiegazione che torna sempre buona: gli investitori si accontentano dei guadagni ottenuti dopo un lungo rialzo come quello messo a segno da marzo ad agosto e monetizzano le plusvalenze; sono soldini buoni per pagare l’estratto conto della carta di credito con le spese delle vacanze e capitano a proposito, se ne avanzano torneranno utili per rientrare in borsa dopo metà mese (gli estratti conto delle carte di credito arrivano di solito tra il 15 e il 25 del mese).
Ammetto di aver colorito eccessivamente lo scenario però quello delle prese di beneficio realizzate tutte in una volta mi sembra più un atteggiamento da piccolo investitore che non da gestore di fondi o da trader istituzionale e, di conseguenza, non dovrebbe essere in grado di innescare movimenti tali da provocare un aumento della volatilità come quello registrato nelle ultime sedute. In forza di ciò sarei propenso a scartare questa ipotesi e nel caso (auspicabile) di una mia errata valutazione non c’è da temere: da metà settembre si riprende a salire (non appena pagato il conto della carta di credito).
- Gli utili conseguiti dalle aziende nel secondo trimestre sono stati buoni ma non eccezionali e il mercato li incorporava già nei prezzi: nel corso del secondo trimestre 2009 gli utili reali (al netto dell’inflazione) sono cresciuti del 13,56% mentre da marzo a fine agosto lo S&P 500 è salito del 31% portando il rapporto P/E di Shiller a quasi 18 con un incremento del 33%. Un po’ troppo, in effetti.
Saremmo quindi di fronte un adeguamento del mercato alle reali valutazioni e si tratterebbe di conseguenza di una salutare razionalizzazione delle stesse. Ricordo che quando le quotazioni salgono troppo (e troppo in fretta) si parla di ‘bolla’ e da quella dei tulipani (Olanda, 1600) a quella più recente dell’immobiliare (Usa, 2009) la storia insegna che le bolle quando si sgonfiano tendono a farlo in modo doloroso. Meglio farle scoppiare in tempo.
In questo caso la correzione in corso sarebbe doppiamente salutare perché rappresenterebbe un segnale di maturità e razionalità del mercato. Proprio perché questo dimostrazione di razionalità mi sembra piuttosto inverosimile sarei propenso a scartare questa ipotesi ma, qualora si rivelasse esatta, potremmo attenderci di qui alle prossime settimane un mercato non più direzionale (né rialzista né ribassista) ma piuttosto ingabbiato in un trading range laterale (che verosimilmente può anche essere molto ampio: sul sito www.ideeperinvestire.blogspot.com riporto le previsioni sul range atteso nel mese di settembre) in attesa che le prossime trimestrali si confermino positive.
- La terza ipotesi è quella che mi piace meno (e che temo di più) ma non per questo considero meno plausibile.
Cominciamo con l’osservare questo grafico che potete trovare su www.hussmanfunds.com.
La linea rossa mostra la variazione anno su anno del Pil americano; la linea blu invece mostra la stessa variazione tenendo conto dell’espansione del debito federale: non è un bel segnale!
E’ evidente che nel nostro caso la recessione è stata combattuta grazie a un massiccio ricorso al debito pubblico e agli stimoli fiscali. Le stesse aziende che hanno riportato risultati positivi (o moderatamente negativi) lo hanno fatto grazie a profonde ristrutturazioni interne (abbattendo soprattutto il costo del lavoro) e non grazie a un aumento del fatturato: il dato americano sulla produttività di agosto ci dice infatti che è aumentata la produttività per unità impiegata ma allo stesso tempo è diminuito il costo del lavoro e il tasso di disoccupazione continua a salire pericolosamente verso il 10% riducendo così la spesa per i consumi che, da sempre, è il principale propulsore dell’economia.
Questo scenario prefigurerebbe per i prossimi mesi un riaggravarsi della situazione con ripercussioni sui mercati finanziari che potrebbero essere decisamente negative.
Concludo registrando che il petrolio, dopo un momentaneo ripiegamento è tornato a essere trattato intorno ai 70 dollari al barile. Come già trattato in precedenza questa soglia viene considerata come "fair value" (prezzo equo) nel report di giugno dell’Agenzia Federale per l’Energia americana tenuto conto delle attuali situazioni economiche e delle prospettive di ripresa della produzione. Eventuali variazioni di prezzo dovrebbero essere degli aggiustamenti in virtù dell’andamento della quotazione euro/dollaro ma non escludo che eventuali speculazioni, innescate anche da aspettative di ripresa più rosee di quanto previsto nei mesi scorsi, non possano spingere ancora più su il prezzo del barile.
La prima conseguenza, oltre al mio disappunto di fronte alla pompa di benzina, sarebbe il rinnovarsi di fenomeni inflattivi. Un primo segnale sulle aspettative degli investitori in questo senso giunge dall’indice composito delle obbligazioni inflation linked (cioè collegate all’inflazione) che negli ultimi sei mesi è cresciuto il doppio dell’analogo indice relativo alle obbligazioni governative a 10 anni: probabilmente il mercato obbligazionario (che è sempre il primo a muoversi) stima un aumento dell’inflazione causato più dall’aumento del quantitativo di moneta in circolazione (aggravato dall’enorme espansione del debito pubblico in quasi tutti i paesi industrializzati) che non dalla effettiva ripresa economica.
Fonte :www.sabatoseraonline.it
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